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Il delitto di Via Margutta

Morire è necessario, uccidere è un piacere ineluttabile. Un’anima offesa si fa corrompere dallo spirito della rivincita e la nemesi che in quell’attimo estremo la travolge, è una lacerante furia vendicativa che scorre tumultuosa nelle vene, un impeto corrosivo che non accompagna mai verso il pentimento, ma che spinge con forza nel baratro più profondo, un atavico e oscuro richiamo bestiale che spalanca le porte dell’abisso dell’istinto primordiale e trasforma ogni debole permanenza in un mostro assetato di sangue.
A malincuore si scopre che la futura esistenza non può continuare a trascorrere nella squallida tranquillità. Si dimentica il lungo percorso costruito con le necessarie regole morali e, per una volta, si accede nei tortuosi labirinti della vendetta approdando, in un attimo spesso fatale, nell’inaccessibile e attraente territorio della violenza e dell’alterigia. I mostri che abbiamo dentro diventano esseri morbosi assetati di sublime e distruttiva morte.
Una violenza inaudita si impadronisce dei sensi, spingendo ad assaporare con gusto, l’amaro gesto estremo. Un sapore sanguigno riaffiora feroce per trasformarsi nell’insano e apparente senso di giustizia che si conclude in una appagante e sanguinaria catarsi.
Un artista conosce bene queste prigioni dell’anima e scova mille modi per liberare il proprio io ferito. Trasforma l’impeto della propria visione ispiratrice in lande di pensiero disumano, dove la struggente passione distruttiva è l’unico artificio che lo farà divenire consapevole creatore di geniali ed appaganti mostri liberatori. Sa che la verità resterà nascosta e imprigionata sotto una coltre di velature e segreti, intrisa nelle pennellate di materia senziente e depositate nell’antro di un cuore, quasi sempre, rivelatore. Nulla interromperà più i suoi insani gesti; sregolatezza e genialità lo spingeranno a rappresentarla, distruggendo di continuo i fugaci attimi di lucidità e ossessione, trasformandoli in dipinti strabilianti, in capolavori artistici immensurabili, vale a dire incomprensibili ai saccenti di turno e di ogni epoca.
Per questo «L’Arte è un frammento di contemplazione caduto nella materia», per questo l’arte non potrà mai svelarsi a tutti, perché non può farsi comprendere apertamente; ha bisogno di pochi individui coraggiosi che diventino pazzi per lei, innamorandosene. Si nutre delle loro folli pulsioni miste a sconvolgenti passioni confortevoli. Preferisce quei pochi momenti sovrumani per farsi corteggiare, possedere e infine massacrare sotto colpi ferali camuffati da pennellate vivide e da spatolate di stupore.
Spesso, inebriata da quell’estasi estrema e a suo agio nei tanti passaggi, ripresenta il conto alla fine dell’opera. Si riconcede sotto nuove spoglie, magari camuffandosi nella cortigiana, modella o amante di turno, attraverso la sottile antica malìa della seduzione. Si farà aiutare, con servile complicità, da una delle sue pseudo sembianze di Musa ispiratrice, apparentemente invocata, designata o desiderata dall’ignaro autore, e lo assillerà fino a risconvolgergli, ancora e poi ancora, l’anima. E quando questa nuova follia riaffiora, ridiventa furia pronta a distruggere di nuovo se stessa e l’essere che ne è l’artefice diligente.
Solo l’artista che la comprende e ne trova conforto almeno per una volta, al termine della sua opera, invaghito da quell’ebbrezza esaltante e distruttiva, desidererà ricominciare daccapo, perché è solo rimassacrandola, che può possederla ancora, e ancora, e farla sua per sempre fino a morirne. Per questo morire è necessario e uccidere un piacere ineluttabile, anche se dovesse essere l’ultimo gesto estremo.
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Non sarò certamente io, vile e incapace creatore di ardite invenzioni o di visioni estreme e apocalittiche che potrò riscattare gli artisti mentre faccio, vanitoso, la fila per ammirare, estasiato, le molteplici e folli opere, mostrandomi appagato e invaghito d’arte, in preda ad un orgasmo olotimico, durante una normale visita o al vernissage di una mostra personale in una galleria o in un museo.
È in quei luoghi brulicanti di opere firmate da maniaci compulsivi che ammiriamo il nostro insopportabile e mediocre furore emulativo. Ci trasformiamo, colpiti chissà da quale estasi o vertigine, in altri esseri, partecipi e commossi, attratti da materie e colori rappresi in forme evocatrici, in spazi e prospettive risucchianti: prede di una profonda sindrome di Stendhal.
Gireremo nei saloni evocativi pervasi da faretti accentratori e non potremo sentire mai, in quelle immersioni fittizie e partecipazioni inefficaci, la puzza dell’acquaragia che ha diluito le loro idee vendicative e riparatrici, così come non potremo mai ungerci nell’olio di lino cotto che ha amalgamato le loro visioni autodistruttive, mentre concedevano completamente la propria anima all’Arte.
Lì, in quell’archivio incorniciato di laceranti dilemmi osannati e aperti al pubblico pagante, potremo mai comprendere il capolavoro che si è consumato con maestria in queste ultime ore nell’atelier del secondo piano di Via Margutta? Potremo mai vedere esposta in un museo, anche quest’opera intrisa di straziante furore e pervicace giustizia, sulla quale è impressa, come un’istantanea pedissequa, la vendetta cercata con infinita perizia dal magistrale artista locale?
Io, attento detective di storie inverosimili, che ho potuto vederne il gesto estremo, posso mostrarvi, solo a ritroso, un cavalletto professionale, da studio, con sopra una tela carica di sforbiciate di colore racchiuse in una singolare struttura a spirale, simile ad una rosa rossa intrisa di sangue che ripiega all’infinito dentro di sé aprendosi su se stessa verso una vertigine che rivendica il gorgo dei pensieri distruttivi. Mostrerò, a voi attenti esploratori di magnificenze artistiche, il «luogo del delitto», che per me indagatore dall’indole epistemologica, si trasforma, e scusatemi se lo dico facendolo apparire un gioco di parole, in un piacevole «luogo del diletto».
Qui nello studio, oltre che nelle stanze attigue, molti quadri dai rimandi onniscienti riempiono le pareti, libri rari con rilegature in cartapecora e antichi grimori oscurano ogni invaso della libreria identificata da una targa d’ottone con sopra inciso l’infinito, ovvero il nastro di Möbius. Spunta, su tutti, il temuto Necronomicon. Giuro che esiste davvero, ed è qui! Intorno aleggia un’atmosfera irrespirabile, non oso toccarlo, di sicuro cela delle oscure Magie Rituali e incantesimi legati al delitto.
Sul trespolo, poco distante, un modellino bronzeo della fontana dei 4 fiumi del Bernini con la statua del Rio della Plata che allarga la mano nel falso timore del crollo della facciata di Sant’Agnese in Agone più tardiva, porge, infilzato tra le minuscole dita, un foglietto con sopra uno strano scritto “TS8m1hg”. Una minaccia?, una password?, uno stringato appunto per un motto?, una formula magica di 7 lettere da leggere anche a rovescio?, un semplice e comprensibile rebus crittografico, una semplice battuta di spirito?!
Nelle vicinanze, un plastico ligneo della cupola di S. Ivo alla Sapienza suggerisce, nella sua spirale decrescente verso il cielo, il vortice dei sentimenti che l’artista ha tessuto in ogni anfratto della sua anima e della stanza. Sappiate che, quando sono entrato nello studio, da uno stereo ancora acceso riecheggiava a loop, il vecchio disco Decca del brano jazz di Woody Herman - Blue flame.
Altrove, appoggiate sul muro, file di tele accatastate una sull’altra, per dimensione, soggetto, periodo, variante e Dio sa quante altre catalogazioni appartengono alla logica tassonomica di un artista. Sulla scrivania, sparsi in un ordine maniacale, alcuni strumenti di lavoro, carboncini, spatolette, pennelli tondi e quadri, pastelli, gessetti, boccette di inchiostri di china colorata “Winsor & Newton”, una serie di cartoncini acquerellati, schizzi raffiguranti la maschera dell’Orco del Parco dei Mostri di Bomarzo, bozzetti e disegni a matita della Chimera di Arezzo, sanguigne di creature mitiche ispirate dal “Manuale di zoologia fantastica” di Borges, nonché minute acqueforti, punte secche e altre prove d’autore. Sopra quest’ultime, una lastra di rame ancora avvinta dal nerofumo da mordere nell’acido, mostra una grande incisione a bulino con una scritta a specchio: “Metamorfosi (Rivalità in campo)” che presenta, seguendo uno schema diagonale tipico delle carte francesi, un colonna di fumo piceo che esce dalle viscere della terra, e crea, nel meato scuro, una testa di corvo, fino a salire in cielo espandendosi in una condensa di fumo bianco a forma di colomba, una opposta all’altro secondo il simbolo Yin e Yang. Di lato un piccolo manichino di legno dalle giunture snodabili: il “fantoccio per lo studio de’ panneggiamenti” ben descritto dal Vasari, con una macchia rosso sangue sul collo, seduto su una sedioletta e riverso a terra con le spalle sul pavimento, testimone di un presagio avvenuto su un altro piano e dell’indovarsi tanto caro a Dante. Credo che converrete con me che è da qui che è partito, sapientemente immaginato dall’autore (e l’imago è forte nel verbo immaginare), il gesto estremo che passerà alla storia come lo strano enigma de Il delitto di Via Margutta.
L’artista deve essere entrato nel suo studio, chiuso la porta dietro di sé a doppia mandata lasciando la chiave dentro, di traverso, permettendo di scorrazzare fuori dalla stanza solo il suo intento omicida. Un gesto semplice, innocente, che nasconde il più vecchio e oscuro inganno, quello che noi amanti del genere definiamo il delitto perfetto.
Si è seduto dietro la scrivania e, aperto il cassetto, ha tirato fuori la sua pistola da collezione, una 98FS Engraving n°1, un’arma semiautomatica della Beretta. Deve aver accarezzato prima l’ornato floreale seguendo i riccioli cesellati sul carrello e poi, sfiorato con soggezione e riverenza, la canna. Infine, ha stretto tra le dita le guancette d’ebano nero soppesandone la potente bellezza fino a posarla in bella vista davanti a sé. Una luccicanza compiacente deve di sicuro aver riverberato sulla scritta Parabellum incisa in oro sul carrello otturatore. Insomma, un elenco di mosse esorcizzanti e ben congegnate che più o meno devono essere avvenute nell’ordine che ho descritto.
Si è girato e ha acceso, per stemperare il sapore amaro della propria bile nera, lo stereo, seguendo la calata del braccetto con la puntina sul celeberrimo brano registrato da Herman con la sua prima Big Band. Subito si è rintanato nel profondo e rasposo respiro dei tromboni, ha avvolto i suoi pensieri nelle sonore picchiate del clarinetto e poi smarrirsi nell’intenso barrito dei sassofoni.
Deve aver gustato estasiato almeno un giro di blues completo, sincerandosi che il brano, da lì in poi, ripartisse in automatico all’infinito. Ha aspettato con commossa partecipazione la seconda ondata di musica crescente e scoppiettante, trasformandosi in suono puro, melanconico. Con mano ferma ha impugnato l’intramontabile Made in Italy, tolta la sicura e senza tentennamenti allo scoccare di un vibrante e impetuoso sbuffo armonico di sax, tromboni, trombe e drums, lo sparo ha interrotto l’equilibrio che l’ambiente stava creando in ogni spazio residuo.
Un secondo rumore sordo ha annunciato perentorio e fuori tempo il capo dell’artista caduto inerme sulla scrivania. Dalla tempia un caratteristico foro sfrangiato annerito da un orletto di detersione e da un alone di affumicamento ha incominciato a vomitare sangue a fiotti. Con una fretta incomprensibile, dalla piccola pozza rossa sopra al piano di mogano ben lucidato, un susseguente e precipitoso rivolo ha iniziato a sgocciolare giù.
Lo rivedo, vivido, ancora davanti ai miei occhi, mentre ne parlo con voi, come fossi stato lì vicino a scrutarne il percorso in presa diretta. Deve essere arrivato al bordo e colando giù, ha schizzato prima il parquet per poi riappantanarsi ai piedi della gamba della scrivania. Un successivo rigagnolo, precipuo da una piccolissima gora, per via della pendenza irregolare dell’impiantito, deve aver proceduto come un fulmine zigzagando verso il centro della stanza. Ha inseguito i solchi naturali del pavimento, scivolando con improvvisi abbrivi e generosi impeti, e trovato il centro dell’immagine; da lì deve aver continuato con lente accelerazioni e precipitose inerzie come se conoscesse a memoria il luogo dove confluire.
Scusate l’ardire poetico nel descrivere questo resoconto che doveva risultare solo un accorto appunto di medicina legale di natura forense, ma l’immaginazione nel ricostruire ogni minimo evento deve aver lambito territori letterari che una compiacente Musa, ancora presente e invaghita del luogo triste e solitario, continua, come se nulla fosse accaduto, a profondere negli uomini che incontra davanti a sé. Me compreso.
Man mano che il sangue si appropriava di altri rigagnoli trasformandosi in nuove rubizze vene (le stesse che continuano a crepitare ancora nei miei arrossati e increduli occhi partecipi) sull’assito di legno di un magnifico e antico parquet tatajuba, ho iniziato a intravedere un enorme ed impressionante disegno fatto dall’artista con gessetti colorati.
Voglio illustrarvi la scena tramite uno zoom-out come se steste vedendo un immenso diorama grazie a questa maestosa sequenza maestra. Immaginate un lento movimento di ripresa in plongée che mostra l’enorme disegno visto dall’alto dell’artista: un trompe-l’oeil di fattura superiore a quello del più apprezzato writer della street art o di un esperto madonnaro nostrano. L’immagine presenta una voragine con dentro poveri diavoli scalmanati e mostri raccapriccianti.
La voragine, per la particolare concezione anamorfica, visibile perfettamente stando seduti dietro la scrivania dell’artista, appare vera, così come la luce dorata dal colore di zolfo che fuoriesce dal finto squarcio centrale. Il sangue che corre proprio al centro di quella voragine artificiale, deve essere scomparso davvero al suo interno.
Ora che vi ho condotto fin dove si perde il lungo rivolo principale - gli altri tre si sono dispersi inutilmente a ragnatela in altri solchi - ritorno sui miei passi per riportarvi, come in una lunga carrellata indietro, a risalire lungo la gamba del tavolo, fino al piano della scrivania, proprio sulla mano dell’artista che impugna la pistola con la canna ancora fumante. Sopra, per onor della precisione, avevo dimenticato una coppa con dentro del vino rosso sangue, una squadra incrociata a un compasso e una frase sottolineata sulla pagina del libro Eleonora da “I racconti del terrore” di E.A. Poe: “Mi hanno chiamato folle; ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell’intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell’intelletto in generale”.
Un portamine esagonale Caran d’Ache placcato argento rodiato accoglie tra i suoi tre stretti denti, una tozza sanguigna sbeccata a mano con la lama del cutter – riverso lì vicino – ancora intaccata dalla polvere grassa di ematite. È sopra un foglietto piegato in otto parti, consunto ai bordi. Con la punta sembra apostrofare cinque righe autografe che vi mostrerò subito dopo. Sul foglietto aperto sono visibili otto pieghe a croce (nella parte in basso a destra due ambigue domande: Who did it? - who?), segno che è stato ripiegato con dovizia per suddividere in più parti le informazioni. Dietro traspare una scritta non ancora decifrata, nella quale si intravede un enigmatico e sintomatico numero forse comprensibile solo a menti matematiche oppure a oulipiani conclamati:
Appresso, quello che l’artista suicida ha voluto attestarci come ultimo scritto olografo:

In basso a destra, a mo’ di firma, una strana parola: “aBorr’Omini” insieme ad un piccolo disegno: una spirale con dentro tre puntini a triangolo equilatero, oltre a un ambiguo acrostico «ICTUS». Lascio anche a voi l’interpretazione del complesso rompicapo, parecchio lontano dal classico Iesùs Cristòs Theù Uiòs Sotèr. A me dopo l’iniziale e puerile tentativo, mi è venuto spontaneo leggerci: Io Così Ti Ucciderò Selvatico (o Stronzo), ma ben altro deve essere stato il senso celato dall’ispirato e profetico artista. Non nascondo che mi sono arrovellato per tutta la notte, finché sono emerse, vivide e perentorie, parole di una complessa e perfetta visione antropomorfica: Io Come Tutti Umanamente Soccomberò. Ma chi altri, se non voi, saprà comprendere con maggiore sagacia filologica il senso di questa sigla misteriosa.
Dopo l’acronimo provo a risucchiare ancora la vostra attenzione e riportarvi, in un viaggio a ritroso, fin dentro la pozza di sangue. Premetto, che quest’ultima deve aver continuato a sparire nella finta voragine, come acqua risucchiata con forza centripeta nel buco di scarico del lavandino.
Questa volta però, il tremendo vorticare, trascinerà tutti noi dentro al gorgo sparito di sotto, per farci divenire spettatori indiscreti e scrutare il dramma familiare che si è consumato al piano sottostante, su una tavola imbandita e circondata da indifesi commensali: mamma e figlioletti.
Concentriamoci sul capotavola che si è seduto per ultimo posando un piatto con dentro una bistecca appena cotta sui ferri roventi del barbecue che ha affumicato il terrazzo. Quelle stesse mani tozze da boattiere fuori luogo, consunte e ravvivate da unghie bordate da un nerume incancrenito, agguantano la forchetta impuntandola soddisfatto a mo’ di banderilla sulla carne per sottomettere ancora una volta l’ignara bestia da divorare. Appresso agguanta il coltello. Appena impugnato, lo guarda schifato e lo getta con rabbia sulla tovaglia facendolo rotolare fin sotto al piatto della moglie. Dallo scarto improvviso che la giovane donna deve aver fatto, aprendosi a scudo per proteggere i suoi due cuccioli, comprendiamo che è una moglie succube. L’ulteriore volgare veemenza del marito è pari solo alla sua arroganza: «Prova a non mettere a tavola n’antra vorta er cortello come cristo comanda e vedi se non te spacco quel bel visino da santarellina che ta ritrovi».
I piccoli hanno abbassato lo sguardo sui propri piatti vuoti e un io imbarazzante carico di rancore velenoso deve aver riempito l’intero invaso dell’animo della donna. Sappiate anche che l’uomo, a scoppio ritardato, ha battuto ripetute volte un pugno sul tavolo che di solito, per quei poveretti spaventati a morte, è l’anticamera di una violenza che alla fine del pasto, sarà cruenta.
L’energumeno deve aver ricomposto la sua insulsa incazzatura, per iniziare a celebrare un rituale da carnefice. In preda ad un delirio di onnipotenza, ha tirato fuori dalla tasca della mimetica il coltello da caccia a serramanico. Un liner lock in scocca di alluminio anodizzato arricchito da un manico d’ulivo lucidato, dal quale, aprendolo, è emersa un’affilata lama in acciaio 420HC lucentissimo. Ha specchiato dapprima i denti digrignandoli a mo’ di bestia inferocita, poi ha alitato sopra il suo corrosivo umore su entrambi i lati e ne ha pulito i residui vapori disossidanti con il tovagliolo. Infine, con gesti lenti lo ha brandito minaccioso verso la moglie dondolandolo sotto sgargianti luccichii, segnali di un’ignobile promessa di vendetta.
Posati gli avambracci sul tavolo, con molta lentezza ha tagliato un primo tocco di carne. Sotto il ferro si è aperto come burro. Dallo sbercio trasudante sangue vivo, alcune goccioline sono scivolate al centro del piatto. Nelle gocce, con flemma, ci ha intinto il pezzo inforcato.
Sentendosi osservato ha alzato gli occhi per freddare lo sguardo dei figli che stavano seguendo i suoi gesti con l’acquolina in bocca. Squadrandoli fisso negli occhi e incurante dei loro riflessi condizionati, ha portato con strafottenza il taglio sotto i denti e masticato a bocca aperta con gaudente lentezza. Al terzo boccone, però, ha storto la mandibola e digrignato i denti. Ha chinato la testa e s’è infuriato con il sodale assente appena i molari hanno scricchiolato su una gocciola di piombo; ne deve aver riconosciuto la consistenza ed il sapore velenoso. Con la punta della lingua l’ha spinta tra due denti dell’arcata superiore e ha bestemmiato spropositi irripetibili verso il suo marrano compagno di caccia che, a quanto pare, aveva sparato munizioni assurde contro un’inferocita femmina di cinghiale spuntata all’improvviso dalla macchia maremmana.
Ha infilato le dita e tirato fuori il cappero di piombo depositandolo con cura sui rebbi centrali della forchetta. Irriverente, l’ha catapultato con soddisfazione cercando di colpire la moglie. Ma i veri bersagli che son rimasti più colpiti dal suo liscio, oltre al televisore, sono stati i pargoli che hanno sogghignato dietro il corpo della madre. Ferito nell’orgoglio di cacciatore ha sbuffato un lungo respiro e trasformato il disappunto in una autoconferma di rivalità per dare seguito ai vigliacchi risolini dei figli. Deve essere stato l’orgoglioso ricordo dell’istante durante il quale ha esploso il colpo ferale con il suo fedelissimo Winchester con una cartuccia .243 da 6 mm, che ha abbattuto quella scrofa, che gli ha fatto cambiare idea. E poi la bistecca si fredda.
Ricomposta la rabbia ha ritagliato un altro zinzino di carne da sbocconcellare con più fiducia, ma mentre lo ha portato alla bocca, sul bordo del piatto è piombato, dal nulla, un denso luccicone che si è sparso intorno con un saltello laterale, neanche fosse un passo di gavotta. Deve aver analizzato l’accaduto: una rosa piena di schizzi rossastri è esplosa sul piatto spargendosi sulla tovaglia, da dove è arrivata? Non ha fatto in tempo a finire valutazione e domanda che nello stesso istante l’impatto di un’altra perniciosa goccia ha arricchito l’identica pozzetta sfrangiandosi intorno.
Sgomento ha infilato il polpastrello dell’indice e prelevando un grumo vischioso, se lo è spalmato sulle falangette facendolo scorrere su è giù per sentirne la consistenza. Sangue, caldo! Subito una nuova goccia è caduta sullo stesso punto e dopo un’altra sulle dita già insanguinate. È stato allora che ha alzato la testa di scatto e i suoi occhi increduli hanno puntato il centro del soffitto. Alla vista di un enorme remolino rosso e gelatinoso si è sentito braccato e ha cercato di proteggersi dalla minaccia. Nello stesso preciso istante altre gocce più grosse sono venute giù. Allarmato per l’impressionante situazione ha cercato di indietreggiare con la sedia per allontanarsi dal tavolo e dall’assurda minaccia. Ha provato a sculare la sedia puntellando le mani sul bordo del tavolo, ma le due gambe posteriori non sono scivolate sul pavimento, perché si sono inchiodate sulle rughe dispettose del tappeto. Le gambe sono rimaste bloccate come se qualcosa le tenesse o qualcuno le avesse incernierate. Le due davanti poi, per il baricentro sbilanciato, si sono alzate.
Con i piedi penzoloni ha cercato un appiglio e una spinta per tirarsi su, ma non ci è riuscito, scoordinandosi. Nel goffo tentativo di riagganciarsi al piano del tavolo, la mano è finita sui rebbi della forchetta dove era poggiato di traverso il suo micidiale coltello. La posata, cornuta al punto giusto, ha fatto da leva, lanciandolo in aria come una lippa. Così senza presa, ormai caracollante, è finito indietro per terra con le braccia aperte, sulla spalliera della sedia. Nello stesso preciso istante, seguendo un comando ricevuto da forze sconosciute e premeditate, l’enorme e instabile chiazza di sangue è venuta giù compatta dal soffitto e ha trascinato sull’uomo, con grande forza distruttiva, il suo inseparabile coltello che roteava minaccioso nell’aria. Ancora incredulo per l’umiliante caduta che è riesplosa irriverente negli occhi sorridenti dei figli, ha visto il sangue trafiggergli il volto, almeno quella è stata la sensazione di calore che deve aver avvertito in gola.
Sul viso ricoperto di sangue, hanno brillato a lungo pupille di occhi sbarrati e ancorati sul soffitto, ritornato lindo. Non si è più mosso da quella, che era per l’autore del piano superiore, la posizione immaginata per porgere conforto alla lama di un coltello che è entrato – facendolo apparire un’incidente – completamente nel collo e squarciato di netto carotide e trachea, sgozzandolo come una delle sue tante prede. Deve essere stato allora che il manichino disteso sul piano della scrivania, nello studio al piano di sopra, ha avuto un sussulto al rigor mortis scattato sul cadavere riverso a terra.
Nello stesso istante il Necronomicon deve essere uscito dalla nera custodia, così come un copioso ed intenso rivolo di sangue è fuoriuscito dalla bocca dell’uomo dalla quale una polla involontaria ha ribollito a più riprese. In seguito l’esame del DNA ha accertato che il gruppo sanguigno ritrovato sul corpo dell’uomo era uno solo: il suo. La donna, giura, con una punta di compiaciuta alterigia, che il piccolo fiumiciattolo gorgogliante scivolato giù dalla bocca ha percorso il pavimento fino a decorare con una sola pennellata di colore rosso intenso, una parola scritta in carattere corsivo: vindice, e poi sparire.
Un capolavoro, che in nessun modo possiamo però attribuirne la paternità o l’estro all’artista che lo ha messo in atto, ma che ha ricevuto la silente approvazione di un’incredula vedova o, se preferite, dell’ultima accondiscendente Musa.
Ditemi voi se quella che a prima vista appare una disumana morte, non è magnifica arte, un happening irreplicabile. Se questo sublime delitto non è l’opera di un genio e che la sua pazzia merita di essere condivisa con tutti voi.





